E’ tempo di Pasqua!

Comunicazioni

Cari genitori, non è facile scrivere in questo tempo.

Tante sono le emozioni e ancor di più i sentimenti con cui ci svegliamo al mattino ed affrontiamo la giornata. Ognuno ha la sua reazione e la sua modalità di vivere questo tempo di smarrimento e di dolore.

Mi vengono in aiuto uno scritto di una mia collega e la lettera per Pasqua che il consulente ecclesiale della Fism di Lecco ha scritto per le famiglie e il personale scolastico.

Pensieri che condivido e faccio miei nella speranza che possano essere di aiuto.

“  Personalmente due pensieri mi colpiscono con forza: il primo riguarda i bambini e il loro bisogno di verità. Non dobbiamo raccontare loro belle storie o piacevoli favole su ciò che stiamo vivendo, dobbiamo piuttosto prenderli per mano e, con molta dolcezza e con parole che possono comprendere, condurli dentro alla realtà misteriosa che stiamo vivendo. Come adulti, come genitori ed educatori siamo chiamati al difficile compito di spiegare la verità.

“Tutto andrà bene… “E’ veramente così?  Certo lo dobbiamo sperare ma per ora possiamo dire loro, in modo più autentico e più vero, ce la faremo e, passato tutto questo, ricorderemo…

L’altro pensiero è che stiamo sperimentando è la prossimità. Tutto ciò ci riguarda è incluso dentro ciò che ognuno di noi vive ogni giorno. Ci vengono snocciolati numeri che sono vite, storie, fatiche e speranze e il sentimento che ricorre è quello antico della PIETA’. Sentire su di noi il dolore degli altri, ci restituisce la nostra umanità.

L’aiuto che mi è venuto in questo tempo, è quello della preghiera e del Vangelo e, in questa che è la settimana più importante della cristianità, gli ultimi istanti della vita terrena di Cristo, partendo da Matteo (27,45)

DALL’ORA SESTA ALL’ORA NONA SI FECE BUIO SU TUTTA LA TERRA (Mt 27,45)

Si è fatto buio, inaspettatamente e improvvisamente. Il buio è una paura antica, ancestrale. Gesù stesso ha avuto paura, prima nell’orto degli ulivi e poi sulla croce. E allora ai bambini si può anche raccontare di questo e parlare, condividere la paura.

La paura porta inevitabilmente con sé una reazione che è la crisi.

Mi sono tornate alla mente le lezioni del mio professore di religione del liceo che molto insisteva su questa parola. Crisi deriva dall’antico greco  e i greci la utilizzavano all’atto della trebbiatura del grano. Crisi significa separare: si divideva la pula dal buon grano che poi diventava pane, pane buono eu carios, eucaristia.

Ancora

ELI’, ELI’ LEMA’ SABACHTANI? ( Mt 27, 46)

Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato? Un grido pronunciato con forza, con disperazione da Gesù stesso nel momento più alto della prova. Immagino sia lo stesso grido che stanno urlando tante, troppe persone e famiglie in questo momento.

Troppo spesso neghiamo ai bambini la possibilità di incontro con la morte e con il pianto e forse, perdonatemi se è troppo potente quello che dico, così facendo precludiamo loro l’enorme possibilità di accrescere la loro spiritualità e insieme la loro umanità. Non dobbiamo avere paura di piangere chi ci ha preceduto; non dobbiamo avere paura di raccontare ai bambini di coloro che non ci sono più perché il ricordarli fa della morte un luogo abitato e non una zona d’ombra spaventosa.

 Un altro passo leggendo il tempo presente sui passi di Cristo è

TUTTO E’ COMPIUTO (Gv 19, 30)

Lo sanno bene i medici, gli infermieri, tutti gli operatori sanitari che stanno lavorando e testimoniando nei reparti dei vari ospedali: la scienza sta facendo molto per trovare la cura che debelli il virus ma tutto questo sembra non bastare. Da credenti sappiamo che arriva un momento in cui necessariamente ci abbandoniamo fiduciosi e speranzosi nelle mani del Padre certi che il suo Amore troverà le risposte che andiamo cercando con la preghiera.

Pregare ci mette in intimo contatto con Dio, con noi stessi e con il mondo. Non è dire le preghiere ma è pregare, è pronunciare parole d’amore, di ringraziamento e di supplica che scaturiscono, come un fiume, dal nostro cuore.

In quel tutto è compiuto io vedo non una rinuncia ma una forte presa di coscienza di aver fatto tutto quel che si doveva e si poteva; l’aver realizzato ciò per cui siamo chiamati a vivere. In definitiva è l’espressione più alta di una scelta libera.

Perché non parlare ai bambini della bellezza di compiere il proprio dovere? Fare il proprio dovere ci rende saldi e liberi, ci rende sicuri e sereni. E dalla serenità può scaturire la preghiera che è, mi ripeto, un atto di Amore.

NON è QUI MA E’ RESUSCITATO (Giovanni  24,6)

Ecco che mi viene incontro l’orizzonte infinito della Pasqua. Tutto il dolore di Gesù trova compimento nell’Amore espresso sulla croce. La croce: albero magnifico che unisce la terra al cielo e abbraccia il mondo. La croce è luce di Cristo.

Terra e luce, luce e terra. Ecco di cosa è fatto l’uomo: di fango e luce. Ce lo ha ricordato l’episodio del cieco nato con il fango spalmato sugli occhi che risveglia la sua luce interiore e gli permette di vedere Cristo. La Pasqua credo sia proprio questo: il passaggio dal buio alla luce; il passaggio dalla paura alla luce. Ma non è una luce che sta fuori da noi ma dentro di noi come scintilla divina.

Parliamo ai bambini con coraggio e felicità della scintilla divina che sta dentro ogni uomo, di qualsiasi razza o religione. Una scintilla divina che va custodita, protetta, alimentata perché diventi immensamente splendente perché solo così può essere veramente Pasqua.

Questo tempo, questi giorni passeranno…mi auguro che lascino fuori e dentro di noi scie di luce e che tutte queste scie illuminino di Luce nuova il mondo intero.” (D.B.)

UNO SLOGAN CHE E’ GIA’ REALTA’

“Siamo sicuri che “Andrà tutto bene”? …I giorni che passano hanno il sapore della trepidazione con cui gli abitanti delle città lungo i fiumi attendono la piena durante un’alluvione. Per non parlare dell’economia del Paese, non ci rendiamo ancora conto degli effetti disastrosi che tutto ciò avrà su lavoro, finanza e compagnia bella. Eppure la scritta “Andrà tutto bene” campeggia in migliaia di disegni con gli arcobaleni, sulla rete, sui quotidiani, lo gridiamo perfino dalle terrazze; sembra che sia divenuto lo slogan sotto il quale combattere.

“Andrà tutto bene”, ripetiamo come un ritornello, perché il cuore non può augurarsi che questo. “Andrà tutto bene” significa che dobbiamo sperare nel fatto che, in un tempo ragionevolmente vicino, si possa tornare alla normalità. La domanda però è: potrà esserci normalità dopo una tragedia collettiva come questa? O non dovremmo parlare, piuttosto, di normalizzazione, che è cosa ben diversa. Le guerre lo insegnano: ogni volta che si torna a un periodo di pace, i confini, quelli degli Stati e quelli delle anime, non sono più al loro posto. .. Del resto, già ora, come possiamo dire con onestà che “Andrà tutto bene”? Per i colpiti dal virus non sta andando per niente bene; per coloro che sono morti e per i loro familiari è andata già fin troppo male. Possiamo veramente assumere come inno di battaglia una frase che non tenga conto della salvezza di tutti?…

Benedetto XVI, in una catechesi del mercoledì nel 2010, ricordò una domanda che anche i santi si sono posti: “Se Dio è sommamente buono e sapiente, perché esistono il male e la sofferenza degli innocenti?”. “Illuminati dalla fede – disse – essi ci danno una risposta che apre il nostro cuore alla fiducia e alla speranza: nei misteriosi disegni della Provvidenza, anche dal male Dio sa trarre un bene più grande come scrisse Giuliana di Norwich: ‘Imparai dalla grazia di Dio che dovevo rimanere fermamente nella fede, e quindi dovevo saldamente e perfettamente credere che tutto sarebbe finito in bene…’” . In chi vedeva nelle prove un segno del giudizio di Dio che castigava, lei riaccese la speranza: Dio non è lontano, non è indifferente, il suo volto è amore, la sua presenza è medicina, il suo aiuto non mancherà.

Un messaggio di ottimismo fondato sulla certezza di essere amati da Dio e di essere protetti dalla sua Provvidenza: “Dio ha fatto in modo che tutte le cose risultino utili per noi, e in questo amore la nostra vita dura per sempre…” . Così si capisce che allora quel “tutto sarà bene” di Giuliana di Norwich è collocato nello stesso sguardo del “tutto concorre al bene per coloro che amano Dio” di San Paolo ai Romani. E quell’orizzonte d’eternità desidera anche oggi lo sguardo di ognuno di noi.

…Più volte in questi anni Papa Francesco ci ha detto che la Chiesa è un ospedale da campo. Nessuno immaginava che queste parole avrebbero avuto valore non solo metaforico. Questo momento ci chiama a riscoprire la fede, cioè la possibilità di vivere la certezza di non essere abbandonati nemmeno in questa circostanza. Non perdiamo questa occasione, ne va della possibilità educativa e di salvezza nostra, dei nostri bambini, dei nostri figli e di tutti quelli che incontriamo. La Pasqua ormai alle porte ci dice che è andato già tutto bene. Siamo chiamati a riscoprirne il senso oggi. Ne ha bisogno la nostra vita; ne ha bisogno l’Italia affacciata alle finestre…

“La speranza non è per nulla uguale all’ottimismo. Non è la convinzione che una cosa andrà a finire bene, ma la certezza che quella cosa ha un senso indipendentemente da come andrà a finire” (V. Havel).    Don Andrea Lotterio (Fism Lecco)

Il Consiglio di Amministrazione, la coordinatrice, il personale docente e non docente augura a tutte le famiglie e ai volontari della Giovanni XXIII una serena Pasqua.

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